Storia dell'Arte tra Simbolo e Mito

Letteratura Artistica: Storia dell'Arte, Critica ed Estetica

Giorgio Vasari - Le Vite

Sviluppo della Storia dell'Arte:

prima parte - Definizione della Disciplina, Medioevo e Umanesimo
seconda parte - La Letteratura Artistica dal Rinascimento all'Illuminismo
terza parte - La Storia dell'Arte tra Ottocento e Novecento


Storia della Critica d'Arte


Arte e Estetica

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seconda parte - la Letteratura Artisitca dal Rinascimento all'Illuminismo

 

PRIMA DELLA STORIA DELL'ARTE: IL CINQUECENTO, ACCADEMIA E CONTRORIFORMA


Nel Cinquecento il sorgere delle Accademie e di altri centri di cultura legati alle corti portò a una proficua collaborazione fra artisti e letterati, testimoniata dallo sviluppo dell'emblematica e dell'iconologia, in cui immagini e parole si compenetrano, creando simboli e allegorie.

Francesco Colonna - Hypnerotomachia Poliphili

La prima opera in cui trova pieno compimento questo mondo simbolico è l'"Hypnerotomachia Poliphili".

Scritta in un particolare miscuglio tra latino e volgare, in essa convivono geroglifici pseudo-egizi e citazioni vitruviane.

Testo e immagini, entrambe eseguite a stampa con estrema raffinatezza, si richiamano continuamente.

In questo periodo, grazie anche allo sviluppo della stampa e all'intensificarsi del collezionismo, si moltiplicano gli scritti eruditi su i più vari argomenti artistici.

Tra i manuali sui geroglifici, considerati allora simboli ermetici, il più erudito fu lo "Hieroglyphica" di P. Valeriano.

Il genere dell'emblematica venne portato in auge dall'"Emblematum liber" di A. Alciato.

I manuali di mitologia furono fondamentali per la decorazione di ville e palazzi (fra i tanti ricordiamo "Le imagini de i dei degli antichi" di V. Cartari).

Inoltre vennero pubblicati opere di numismatica, inventari e descrizioni di collezioni di antichità e "meraviglie".

Un'enorme diffusione nel secolo seguente ebbe l'"Iconologia" di Cesare Ripa, manuale indispensabile per realizzare programmi decorativi e feste di corte.

Dalla seconda metà del XVI secolo ebbero ampia diffusione i Trattati e i Dialoghi, che porteranno prima alle "Notizie del disegno" del patrizio veneto Marco Antonio Michiel (progetto di biografie di pittori e scultori moderni, rimasto interrotto) e infine alle celebri "Vite" di Giorgio Vasari che diventarono imprescindibili nei secoli seguenti, anche quando la Storia dell’Arte era ormai diventata una disciplina consolidata.

Giorgio Vasari

"Le vite de' più eccellenti architetti, pittori et scultori" venne pubblicato nel 1550 e quindi riedito, ampliato e modificato, nel 1568 con il titolo significativamente variato in "Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori".

Questa opera monumentale colmò il divario tra arte e letteratura.

La sua stesura fu stimolata dalla frequentazione da parte di Vasari di numerosi intellettuali quali Benedetto Varchi, Paolo Giovio, Annibal Caro e Pietro Aretino e dall'intento celebrativo nei confronti di Michelangelo, la cui figura aveva assunto un'aura mitica già in vita.

Infatti la prima edizione delle "Vite" si conclude con la "Vita di Michelangelo", unico artista allora vivente preso in considerazione dall'autore e considerato culmine dell'evoluzione artistica.

La seconda edizione, benché ampliata, risente del momento storico, venendo incontro alle direttive della Controriforma, anche se non raggiunse il moralismo di opere di autori successivi in cui la "devozione" e il "decoro" erano imposti agli artisti.

Fra le due edizioni delle "Vite" era stata fondata a Firenze l'Accademia del Disegno che, per mezzo del suo fondatore Vincenzo Borghini, pur favorendo la collaborazione tra artisti e letterati, cercò di riportare la critica d'arte nell' esclusivo ambito di ricerca di quest'ultimi.

Giovan Paolo Lomazzo

Dopo Vasari, accanto alle opere ispirate ai dettami della Controriforma apparvero alcuni trattati d’arte in cui veniva riproposta l’estetica neoplatonica di Marsilio Ficino.

L’esponente più rappresentativo di tale corrente manierista fu il pittore lombardo Giovan Paolo Lomazzo.

Egli riprese le teorie ficiniane del Bello, degli influssi celesti e delle idee creative, proponendo una “metafisica dell’arte” nelle sue tre opere “Trattato dell’arte de la pittura”,“ Idea del tempio della pittura” e “Della forma delle Muse”, scritti tra il 1584 e il 1591.

Accanto al neoplatonismo, ricomparve verso la fine del secolo una tendenza neoscolastica, rappresentata soprattutto dal pittore Federico Zuccari.

Fondatore dell’Accademia di San Luca a Roma, nell’opera “L’idea de’ pittori, scultori e architetti” (1607) pose per primo la questione della creazione artistica come atto spirituale, privilegiando la progettazione all’esecuzione.

 

PRIMA DELLA STORIA DELL'ARTE: IL SEICENTO, TRA CLASSICISMO E COLORISMO.


Durante tutto il Seicento si registrò un notevole divario tra arte e teoria artistica. Mentre l’arte barocca si sviluppava in tutti i campi, la critica d’arte mantenne come ideale il classicismo elaborato alla fine del secolo precedente.

Come esempio emblematico di tale atteggiamento possiamo prendere in considerazione le pagine superstiti del “Trattato della pittura” dell’Agucchi, in cui vengono elogiati gli artisti della scuola bolognese come i Carracci e Domenichino e denigrata l’opera di Caravaggio, reo di avere prediletto esclusivamente la “similitudine” a scapito dell’”idea della bellezza”. Inoltre in quest’opera si trova per la prima volta espressa l’idea di “scuola” intesa come movimento artistico.

Giovan Pietro Bellori

Fu Giovan Pietro Bellori nelle sue “Vite de’ pittori, scultori ed architetti” (1672) a formulare pienamente l’ideale classico e l’”Idea del Bello”.

Egli inoltre per la prima volta descrisse minuziosamente le opere d’arte ponendo l’accento sul “moto di ciascheduna particolar figura” e “l’attioni che accompagnano gli affetti”.

A questa visione dell’arte si dimostrò congeniale l’opera di Nicolas Poussin che divenne paradigmatica per tutto il classicismo seicentesco.

Sotto l’egida della sua opera pittorica la scuola critica francese divenne la nuova guida del classicismo europeo.

Partendo dall’idea cartesiana della “espression des passions”, dall’esortazione di Poussin stesso a rappresentare i “moti dell’anima” e gli “affetti” e dalla riscoperta tutta francese del “Trattato della pittura” di Leonardo, si sviluppò in Francia tutta una serie di trattati tra cui il più rappresentativo fu quello scritto da Charles Le Brun, che si presentava corredato da incisioni ispirate dagli studi fisionomici leornardeschi.

Roger de Piles

Ma il classicismo francese, alimentatosi del mito di Poussin e assai lontano da una realtà artistica molto variegata, venne a essere contrastato nella seconda metà del XVII secolo dai sostenitori del colorismo, rappresentato dall’opera di Rubens, considerato il continuatore del cromatismo veneto.

Tra i difensori della “causa del colore” possiamo ricordare il francese Roger de Piles con le opere “Dialogue sur le coloris” (1673) e “Cours de peinture par principes” (1708) e il senese Giulio Mancini con le sue “Considerazioni sulla pittura” (1621).

In quest’opera egli fu il primo a catalogare i dipinti secondo l’epoca e la tecnica e cercando di elaborare una storia dello stile sviluppando l’idea di divisione in “scuole” già formulata dall’Agucchi e che diverrà uno dei capisaldi della critica artistica.

Un’altra opera emblematica a difesa del colorismo fu la “Carta del navegar pitoresco” (1660) scritta in rima e in veneziano da Marco Boschini, la cui vibrante esaltazione del colore e della luce della pittura veneta fu presa in considerazione da Roger de Piles per sostenere l’arte di Rubens.

Durante il Seicento si verificarono pertanto alcune determinanti novità:

la teoria artistica divenne monopolizzata dai letterati a scapito degli artisti;

la Francia subentrò all’Italia nello sviluppo teorico; sulla falsariga dell’opera vasariana si sviluppò una notevole storiografia locale, che risulterà preziosa per la Storia dell’Arte propriamente detta;

il collezionismo e il mercato dell’arte assunsero dimensioni prima inconcepibili provocando il sorgere di nuove figure come l’agente, il falsario e il “connoisseur”.


PRIMA DELLA STORIA DELL'ARTE: IL SETTECENTO, NASCITA DELLA CRITICA D’ARTE TRA NEOCLASSICO E PREROMANTICO.


Nel XVIII secolo la Francia è la dominatrice della letteratura artistica, grazie anche all’invenzione dei “salons” che porteranno all’affermarsi della critica d’arte in senso proprio.

Nello stesso periodo compaiono i primi scritti della scuola tedesca e di quella inglese, con la loro visione già anticlassica e sviluppata per temi.

Anthony Ashley Cooper - terzo conte di Shaftesbury

Esempio di questo periodo di transizione è l’opera di Anthony Ashley Cooper, terzo conte di Shaftesbury, colto committente inglese amante dell’Italia.

Nei suoi scritti troviamo, accanto a tematiche ancora rinascimentali e classicistiche, alcune problematiche che si affermeranno durante il Settecento, come l’unità di tempo e di azione (propugnata in seguito da Lessing attraverso il concetto del “momento pregnante”) e la perfetta semplicità opposta agli “ornamenti” e alle “passioni esagerate” del Barocco.

L’influsso dell’opera di Shaftesbury fu notevole sugli scrittori tedeschi come Winckelmann, Lessing, Goethe, ma si rivelò modesto in patria.

Qui si affermarono, contrastandosi reciprocamente, da un lato il classicismo di Joshua Reynolds, famoso pittore e primo presidente della Royal Accademy, legato ancora all’”Idea del Bello” del Bellori, e dall’altro l’anticlassicismo, rappresentato con efficacia da William Hogarth.

William Hogarth

Il grande pittore e incisore inglese scrisse il trattato “The analysis of beauty” in cui, partendo dalle opere teoriche di Leonardo e Lomazzo, giunse a considerare come “perenne forma di bellezza” la figura serpentinata michelangiolesca.

Anche in architettura si creò in Inghilterra la medesima opposizione tra gli architetti neopalladiani e i cultori della linea espressa da Hogarth, delle cineserie, del giardino “libero”, del goticismo.

Fu in questa temperie che si formarono le poetiche del “bello sublime”, ovvero del sentimento di sgomento, finitezza e terrore provocato dalla visione della natura infinita, che trovò la sua formulazione più completa negli scritti di estetica di Edmund Burke, e le poetiche del “bello pittoresco”, ovvero della poetica del paesaggio come “varietà”, che si vide delineata per la prima volta nell’opera dell’abate Du Bos, nei primi decenni del secolo.

La relazione fra “pittoresco” e “sublime” fu la base su cui si fondò la “Critica del Giudizio” di Kant. Questa antitesi, che nella storia dell’arte e della letteratura verrà definita come la “querelle” tra “neoclassici” “preromantici”, troverà sviluppi interessanti anche negli altri paesi europei.

Denis Diderot

In Francia, alla polemica tra i continuatori delle regole accademiche e i propugnatori delle nuove tendenze, si affiancò la nascita nel 1737 dei “salons” che fecero nascere l’esigenza di una Critica d’Arte attenta all’attualità, alle nuove tendenze artistiche e volta a indirizzare il “gusto” del pubblico.

La figura centrale della critica d’arte francese fu Denis Diderot i cui scritti, come le relazioni sui “salons” scritte dal 1759 al 1781 e l’”Essai sur la peinture”, svolsero funzione d’opposizione nei confronti dei giudizi accademici esaltando la libertà del giudizio, in linea con lo spirito dell’”Encyclopédie”, di cui era fondatore.

Nello stesso periodo vennero pubblicate le opere dei classicisti tedeschi, tra le quali spiccano per estrema importanza i lavori di Johann Joachim Winckelmann.

Johann Joachim Winckelmann

In “La storia dell’arte dell’antichità” (1764) egli concepisce una storia dello stile divisa in periodi di formazione, fioritura e decadenza attraverso l’analisi delle opere d’arte, un metodo che verrà sviluppato nel secolo seguente.

Con scritti come “Il bello nell’arte. Scritti sull’arte antica” (1763), Winckelmann contribuì alla diffusione del “neoclassicismo”, fiorito anche grazie alle scoperte archeologiche di Ercolano (1738) e di Pompei (1748).

Alla sua opera e quella dei suoi epigoni si contrapposero Diderot stesso e gli artefici dello “Sturm und Drang”, rimproverandogli l’oblio della natura, e i paladini del “revival gotico” e della tradizione tedesca, tra i quali il giovane Goethe.

L’opera di Winckelmann fu fondamentale per Gotthold Ephraim Lessing. Il suo “Laocoonte” (1766) divenne basilare per tutta la critica d’arte settecentesca.
Gotthold Ephraim Lessing

Lessing divise l’arte dalla scienza, distinse la dimensione spaziale della visione dalla dimensione temporale della poesia, creò una distinzione lessicale tra poesia e arti figurative definendo quest’ultime come “arti plastiche” (pittura, scultura , architettura).

L’Italia, pur rimanendo con il suo immenso patrimonio artistico fonte d’ispirazione per tutti questi autori, assunse un ruolo di secondo piano nella letteratura artistica fino all’apparire de “La Storia pittorica dell’Italia” (1789) di Luigi Lanzi in cui per la prima volta viene tracciato un quadro storico complessivo dell’arte italiana, divisa in scuole regionali, e con attenzione verso gli artisti più rappresentativi.

L’internazionalizzazione della cultura europea e la nascita della nuova figura del critico d’arte furono la base dello sviluppo ottocentesco della storia dell’arte.

A questi fenomeni si deve aggiungere il lento soccombere della teoria artistica scritta dagli stessi artisti a favore di quella degli “esperti d’arte”, fossero questi collezionisti, conoscitori, critici o puri teorici.

 

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